Ludovico Einaudi

Viene pubblicato in questi giorni ’12 songs from home’, trentaduesimo album in studio del pianista piemontese Ludovico Einaudi.
Eccellente compositore al quale sono state riconosciute onorificenze un pò ovunque (il concerto a La Scala del 3 marzo 2003, e quello alla Royal Albert Hall del 2 marzo 2010 – entrambi pubblicati su Cd – ne sono la testimonianza più convincente), dà alle stampe dodici brani per solo pianoforte che scivolano via tranquilli, senza fare troppo rumore, come ci ha abituati nel corso della sua lunga carriera.
Dopo 32 dischi in 32 anni, praticamente una uscita ogni anno, è difficile farsi sorprendere nuovamente dalle trame intessute dal pianista. Quindi, ripercorrerò brevemente la sua carriera con un rapido Best of che sappia definire compiutamente le sue ‘specialità della casa’, in assoluto ordine cronologico.


1) Le onde (1996)
https://youtu.be/rob8ArfiKdQ

2) La linea scura (1996)
https://youtu.be/rH7Crz7jFRk

‘I giorni’ (2001), il suo disco più bello. Melodia africana I:
3) https://youtu.be/CW7kohOfrSE

4) Melodia africana II (2001)
https://youtu.be/IfFGjtphjfw

5) Stella del mattino (2001)
https://youtu.be/zZXhL9JXHlo

6) I giorni (2001)
https://youtu.be/UO96X72N8xc

7) Melodia africana III (2001)
https://youtu.be/5rvCMBfstsY

8) Canzone africana IV (2001)
https://youtu.be/IfFGjtphjfw

9) Cache cache (2004)
https://youtu.be/kUBPrTQK8wQ

10) Divenire (2006)
https://youtu.be/151eHAC4WJE

11) Ulysses & the cats (2009)
https://youtu.be/LwMyp499khQ

12) The room (2009)
https://youtu.be/3gQLobic48o

13) The snow prelude n. 2 (2009)
https://youtu.be/ICoCq_IMfXA

14) Reverie (2009)
https://youtu.be/buz27G0oMPA

15) Berlin song (2009)
https://youtu.be/vl8X6ofmSnw

16) Moto (2011)
https://youtu.be/Vb5nIpC91Zk

17) Respiro (2011)
https://youtu.be/8Ue5pn0jnpQ

18) Cadenza (2011)
https://youtu.be/8Sn8gvzu-3A

19) Discovery at night (2013)
https://youtu.be/FkhXJ0va53Q

20) Song for Gavin (2015)
https://youtu.be/Zj_huiuRHac

21) Ascent – Day 2 (2019)
https://youtu.be/8PzjJgdd9WM

Ludovico Einaudi fa lo stesso effetto di quando ti rechi a Messa oppure a trovare tuo padre al cimitero: ti senti più buono, pulito da tutte le amarezze che la quotidianità ti infligge. Più a tuo agio con te stesso.
E, forse, più intelligente.



Sean Filkins

Sei un ottimo cantante di Cover band, hai partecipato a progetti marginali, nel 2004 ti chiamano i Big Big Train e canti per loro in ‘The gathering speed’ e nel successivo ‘The different machine’.
Un giorno, ti chiedono se hai del materiale tuo, e sorprendi l’intero mondo progressivo con ‘War and peace & other short stories’ (2011).

Resterà l’album più bello di Progressive Rock fino all’uscita di ‘F.E.A.R.’ dei Marillion.
Il ragazzo è cresciuto, dalla copertina visibilmente appesantito ma il disco, già al secondo ascolto, rapisce. Ti porta indietro di 30 anni, anche se i suoni sono tirati a lucido, pronti per nuovi appassionati.
Ci sono tutti gli ingredienti del Genere, per emozionare tutti quelli che hanno amato Yes e Genesis, per chi ancora non si dà pace del perchè il Prog sia improvvisamente divenuto un genere di nicchia, dalle folle oceaniche che lo ascoltavano nei 70’s.
L’apertura affidata a ‘The english eccentric’, con le tastiere che sembrano suonate da Wakeman. Velocissima, tecnica all’inverosimile, ti toglie il fiato.
E poi rallentata, da permettere a Filkins di farsi largo con la voce. Dave Meros al basso dev’essere un fan di Geddy Lee.

https://youtu.be/_lOCboGfJE8
Il finale di chitarra elettrica affidato al grande Gary Chandler (Jadis), è un’altra pennellata di bellezza in un brano perfetto.
Il tempo di autocompiacersi dell’acquisto del disco e parte il secondo brano, ‘Prisoner of conscience Part 1: The soldier’:

https://youtu.be/gCIMLShkcjw
bombardamenti a tappeto, poi flauto, sitar, percussioni ed emozioni che rubano il respiro, come ai vecchi tempi. Avvertenze per l’uso: il refrain, ripreso più volte nel corso dei 19 minuti del brano, ruoterà nella testa per intere settimane.
Dal 4° minuto in poi siamo dalle parti del Prog più ispirato, quello ha reso la tua vita migliore. Brividi.
Poi la furia degli intrecci elettrica/tastiere, come ai tempi di ‘The gates of delirium’, per prepararti di nuovo al cantato di Filkins (all’epoca Jon Anderson), che ti lucida gli occhi. Siamo ben oltre l’amore.

‘Prisoner of conscience Part 2: The ordinary man’ è un ottimo brano, grazie agli eccellenti tre minuti iniziali.
Segue ‘Epitaph for a mariner’, che se questo non è Rick Wakeman dev’essere il fratello gemello.
Altra suite, 20 minuti intensi, mai troppi per chi è cresciuto a pane e ‘Close to the edge’.
https://youtu.be/mzHd1MPyPDE
Certo, dopo aver ascoltato i primi due brani tutto sembra relativo, ma anche qui la vena compositiva e l’abilità tecnica rendono tutto più bello.
Sempre gli Yes dietro l’angolo, rimodernati come il New Prog sa fare; lunghe cavalcate strumentali (ottimo John Sammers alle tastiere ) sfociano a metà canzone dentro gli anni ’70, con accordi di chitarra che citano chiaramente ‘Onward’ degli Yes che, evidentemente, Sean Filkins (come il sottoscritto) ha eletto come migliore Band della Storia
. La t-shirt parla chiaro:

Nel finale, spruzzate di Rush, ma nulla di derivativo, solo un grande album di un artista che sembra dire “Questo è ciò che avrei potuto dare, se me ne aveste dato la possibilità. E ora andate tutti a fare in culo, è troppo tardi.”
Chiude il disco ‘Learn how to learn’, sette minuti di poesia. Perchè il Progressive è cuore e nervi, epidermide e sudore. E’ la Musica, la più bella che sia mai stata creata.
https://youtu.be/p9LryX4OD4E

P.S. Il Cd, ormai fuori catalogo, viene venduto dai collezionisti a 1400 euro: significherà qualcosa?



Moonlit Sailor

Prima cosa: se scrivi un brano intitolato ‘Yes’ sei già a metà dell’opera, e questo successe nell’EP di esordio, dove misero in chiaro le cose: Post Rock melodico, brani di tre-cinque minuti, molte idee e poca voglia di fare la rivoluzione.
Quella Musica di note essenziali, quasi mai accompagnate dalla voce, che per essere apprezzata deve necessariamente essere deglutita in cuffia altrimenti si perde tra i rumori della vita, che sa trattenerti in un pugno, chiamata Post Rock, non l’hanno inventata loro, ma sanno scriverla meravigliosamente.


https://youtu.be/Huy-uKgmsBI


‘Waterfall’ sa spiegarlo molto meglio di me.
Nel 2009 danno alle stampe l’ottimo ‘So close to life’, dove primeggia la splendida ‘Hope’, ma è nel 2011 che scrivono la loro pagina più bella: ‘Colors in stereo’ è uno di quei dischi che devi possedere, e ascoltare quando hai bisogno di carezze. La title-track è la sommatoria di ritmo, emozioni, suoni cristallini, quindi euforia e raccoglimento, esaltazione e ripiegamento.


https://youtu.be/5ieVmSXVFNk


Ci sanno fare, e lo fanno in ogni album, benissimo.
E poi ‘Summer solstice’ che, inaspettatamente, inizia con una chitarra acustica, cosa rara per un brano di Post; le note, gocce scandite con rara sensibilità, che sanno inumidirti e poi toglierti le brutte pieghe, in un crescendo di effluvi sonori che solo una buona penna riesce a creare.


https://youtu.be/tFaBxU9sorw


Suoni di rara bellezza, composizioni fresche, ben allineate. Musica, mai rumore.
Nel 2014 confermano quanto di buono fatto tre anni prima, con l’ottimo ‘We come from exploding stars’, dove ‘Skydiver’ mette subito in chiaro che sono tornati, e non c’è voglia di arretrare


https://youtu.be/KPtkE9MpPn4


e ‘Into the fray’, breve gioiello di una rara collezione, arpeggi su letto di tastiere.
Stratosferica, l’aggettivo adatto.

https://youtu.be/A3Aa08aT9MA

Poi, la quasi conclusiva ‘4.15 a.m.’, chitarre semi Progressive, che credi interlocutoria ma esplode improvvisamente, solenne.
Poi, sei anni di mancate pubblicazioni, nessuna notizia di scioglimento: forse undici anni di mancata popolarità hanno causato la resa.
Sipario.