Pendragon


Ho impiegato un mese esatto prima di decidermi a scrivere la recensione di ‘Love over fear’, ultima fatica discografica dei Pendragon di Nick Barrett.
Ho ripassato a memoria, cronologicamente, ogni singolo album di questo artista straordinario; da ‘9:15 live’ del 1986 (‘The world’ del 1985, non riuscii a trovarlo subito, a causa dell’antica avversione dell’industria discografica per il Progressive) a ‘Man who climb mountains’ del 2014: dieci album in studio, più nove live, e DVD di concerti.
Ho assaporato ogni singola nota di questo nuovo Cd, e ogni volta mi son ritrovato al punto di partenza: questo è un grande album, dove però ogni singolo brano viene spazzato via dal vero Capolavoro scritto da Barrett: ‘Eternal light’.
Ecco, Love over fear sarà ricordato come il disco che contiene Eternal light, un brano pazzesco dove alberga tutta la scienza del chitarrista. Otto minuti di Paradiso, di intuizioni, di intensità, di tutto il meglio che la Musica ti può regalare. Otto minuti di bellezza, di magìa, di emozioni che solo il Progressive Rock sa offrire.
Tanti anni fa, prima di un concerto a Stazione Birra, a Roma, andai a ringraziare Barrett di tutti i brividi che era riuscito a impiantarmi: “Thank you for your music”, ero riuscito a cavar fuori dalla bocca, emozionatissimo nel trovarmi di fronte a uno dei miei idoli chitarristici, erede di Andrew Latimer.
Ancora oggi ti ringrazio per la tua Musica, mai scontata, mai una pennellata fuori posto, un colore sbagliato. Più in là scriverò un articolo sull’intera discografia dei Pendragon, ma qui è necessario parlare, e poi riparlare, e poi parlare ancora di Eternal light, che andrebbe ascoltata mille volte, in cuffia/in macchina/in salone col volume più alto possibile. Un Capolavoro, appunto, come solo chi sa comporre Musica può creare. E’ il trionfo del Progressive, con tutta la forza che questo Genere musicale sa sprigionare. Eternal light è la luce, stavolta vicinissima, che si fa largo tra le ovvietà, lo squallore musicale odierno, che non sa emozionare, solo far casino. E’ la bellezza del genio contrapposta a un mare di saltimbanchi chiamati musicisti.
E’ la Musica più bella che si possa mai ascoltare.
Un’occhiata al resto dell’album, perchè trattasi di grandissimo album, il migliore dai tempi di ‘Not of this world’ (2001): si parte con ‘Everything’ dove, come è tradizione dei Pendragon, si percorrono in breve tutti i segmenti che saranno poi, via via, sviluppati nei seguenti singoli episodi. Quasi un nuovo inno al Progressive Rock, l’inizio della battaglia. Solare, ritmato.

https://www.youtube.com/watch?v=ueHXDMKe0v4
L’episodio successivo è la più bella ballata che sia stata scritta negli ultimi anni: ‘Starfish and the moon’ è qui riproposta al solo piano da Barrett, in una toccante versione, che più profonda non si potrebbe
https://www.youtube.com/watch?v=wY8n2tReCqw
Non c’è niente da fare: i Pendragon tornano solo quando sanno di poterti emozionare, altrimenti restano a riposo. In fondo, dieci album in 30 anni di carriera significano che ‘si esce’ solo quando si hanno molte cose da condividere.
In ‘Truth and lies’ prosegue il viaggio introspettivo del chitarrista inglese. Tra tastiere sognanti e arpeggi liquidi, il risultato è ancora una volta ottimo. Delicato, ben suonato, con l’assolo finale che ti ruba gli orecchi. I suoi assoli, quanto di più Latimeriano possa esistere:
https://www.youtube.com/watch?v=afoy6ODe8_Q
‘Who really are we?’ si pone ai confini di Indigo, con tentazioni hard progressive di buona fattura, mai estenuanti.

Il tutto accompagnato da un trionfo di assoli a la Pendragon che rendono il tutto più confortevole, già sperimentato e quindi riconoscibile. Il loro copyright.
La chiusura è affidata a ‘Afraid of everything’, altro brano bellissimo, tra i più ispirati della produzione del Drago.
In conclusione, un disco da 8/10. Peccato che ogni brano, seppur bellissimo, sia confinato nell’ombra se paragonato ad Eternal light, che ascolti mille e più volte, senza stancarti mai. Che ami, senza condizioni. Che ami come ami i Pendragon, da sempre. Da quando ‘The voyager’ fece capolino nel tuo stereo, a raccontarti la Musica.
Qui Eternal light, non l’originale, ma la riproposizione live del nuovo batterista della Band, il grande Jan Vincent Velazco. Chiudete gli occhi e aprite le braccia: c’è da accogliere il più bel brano da ‘The leavers’ (Marillion) ad oggi

https://www.youtube.com/watch?v=ixSdvQLfBV4





Ludovico Einaudi

Viene pubblicato in questi giorni ’12 songs from home’, trentaduesimo album in studio del pianista piemontese Ludovico Einaudi.
Eccellente compositore al quale sono state riconosciute onorificenze un pò ovunque (il concerto a La Scala del 3 marzo 2003, e quello alla Royal Albert Hall del 2 marzo 2010 – entrambi pubblicati su Cd – ne sono la testimonianza più convincente), dà alle stampe dodici brani per solo pianoforte che scivolano via tranquilli, senza fare troppo rumore, come ci ha abituati nel corso della sua lunga carriera.
Dopo 32 dischi in 32 anni, praticamente una uscita ogni anno, è difficile farsi sorprendere nuovamente dalle trame intessute dal pianista. Quindi, ripercorrerò brevemente la sua carriera con un rapido Best of che sappia definire compiutamente le sue ‘specialità della casa’, in assoluto ordine cronologico.


1) Le onde (1996)
https://youtu.be/rob8ArfiKdQ

2) La linea scura (1996)
https://youtu.be/rH7Crz7jFRk

‘I giorni’ (2001), il suo disco più bello. Melodia africana I:
3) https://youtu.be/CW7kohOfrSE

4) Melodia africana II (2001)
https://youtu.be/IfFGjtphjfw

5) Stella del mattino (2001)
https://youtu.be/zZXhL9JXHlo

6) I giorni (2001)
https://youtu.be/UO96X72N8xc

7) Melodia africana III (2001)
https://youtu.be/5rvCMBfstsY

8) Canzone africana IV (2001)
https://youtu.be/IfFGjtphjfw

9) Cache cache (2004)
https://youtu.be/kUBPrTQK8wQ

10) Divenire (2006)
https://youtu.be/151eHAC4WJE

11) Ulysses & the cats (2009)
https://youtu.be/LwMyp499khQ

12) The room (2009)
https://youtu.be/3gQLobic48o

13) The snow prelude n. 2 (2009)
https://youtu.be/ICoCq_IMfXA

14) Reverie (2009)
https://youtu.be/buz27G0oMPA

15) Berlin song (2009)
https://youtu.be/vl8X6ofmSnw

16) Moto (2011)
https://youtu.be/Vb5nIpC91Zk

17) Respiro (2011)
https://youtu.be/8Ue5pn0jnpQ

18) Cadenza (2011)
https://youtu.be/8Sn8gvzu-3A

19) Discovery at night (2013)
https://youtu.be/FkhXJ0va53Q

20) Song for Gavin (2015)
https://youtu.be/Zj_huiuRHac

21) Ascent – Day 2 (2019)
https://youtu.be/8PzjJgdd9WM

Ludovico Einaudi fa lo stesso effetto di quando ti rechi a Messa oppure a trovare tuo padre al cimitero: ti senti più buono, pulito da tutte le amarezze che la quotidianità ti infligge. Più a tuo agio con te stesso.
E, forse, più intelligente.



The American Dollar

Anche il Post Rock, come tanti altri generi musicali, è diviso in categorie: c’è il Post più Rock e quello più orientato all’Ambient.
Nel secondo, gli Hammock la fanno da padroni da svariati anni, ma anche gli American Dollar (e i già recensiti Moonlit Sailor) sanno il fatto loro.
Autori di 11 dischi in studio, 1 live, e 6 Cd nei quali rivisitano i loro precedenti lavori (ai quali si aggiungono vari Best Of), questi due ragazzi statunitensi – il migliore Post Rock si produce negli Stati Uniti, la storia parla chiaro – non scrivono album indimenticabili, ma una serie di dischi nei quali sono presenti brani che lasciano il segno. Discutere di quale sia il miglior disco della band è impresa problematica; forse ‘Awake in the city’ del 2012 è il loro prodotto migliore,

anche perchè, all’interno del disco, sono presenti due dei brani migliori mai scritti dalla Band: ‘Heavy eyes ignite’ e ‘First day’, oltre a ‘Faces in the haze’ .
Un Greatest hits consigliato a chi preferisce i sogni:


1) Thompson – 2006

https://youtu.be/R1Q1vyAL4Qc

2) Supernova Landslide – 2007
https://youtu.be/k_LtUdMDNBk

3) Call – 2008
https://youtu.be/-cA39SLgIrU

4) Signaling through the flames (Ambient) – 2009
https://youtu.be/6feOt3hBOt4

5) The slow wait Part 1 (Ambient) – 2009
https://youtu.be/7dskYa1Vpfs

6) Time (Ambient) – 2009
https://youtu.be/hBZ1K62osDM

7) Equinox – 2010
https://youtu.be/Tl21hVaA0w8

8) Second sight – 2010
https://youtu.be/Od-jbI349Y0
Pazzesca

9) Heavy eyes ignite – 2012
https://youtu.be/RqjAF4m9fP8
(Ogni Band ha il suo Capolavoro: per gli American Dollar è ‘Heavy eyes ignite’.
Colpito al centro del cuore.)

10) First day – 2012
Altro Capolavoro, senza discussioni:
https://youtu.be/s6xdHeGOLnY

11) Faces in the haze (Ambient) – 2012
Meravigliosa
https://youtu.be/_m2S95epr5U

12) Thunder rising – 2018
https://youtu.be/0BTLK2F0c3A
E’ il ritorno ‘a casa’ dopo 6 anni e tanto girovagare tra antologie, rielaborazioni di brani già pubblicati, compilation incomprensibili.

Ad aprile 2020 pubblicano ‘Lofi dimension’ ma l’estasi è finita: non hanno più nulla con cui sorprendere. Restano i ricordi dei sogni, la purezza della loro combinazione di suoni, l’eleganza e l’esatta dimensione delle emozioni.
Un peccato, se non fossero mai esistiti.

Sean Filkins

Sei un ottimo cantante di Cover band, hai partecipato a progetti marginali, nel 2004 ti chiamano i Big Big Train e canti per loro in ‘The gathering speed’ e nel successivo ‘The different machine’.
Un giorno, ti chiedono se hai del materiale tuo, e sorprendi l’intero mondo progressivo con ‘War and peace & other short stories’ (2011).

Resterà l’album più bello di Progressive Rock fino all’uscita di ‘F.E.A.R.’ dei Marillion.
Il ragazzo è cresciuto, dalla copertina visibilmente appesantito ma il disco, già al secondo ascolto, rapisce. Ti porta indietro di 30 anni, anche se i suoni sono tirati a lucido, pronti per nuovi appassionati.
Ci sono tutti gli ingredienti del Genere, per emozionare tutti quelli che hanno amato Yes e Genesis, per chi ancora non si dà pace del perchè il Prog sia improvvisamente divenuto un genere di nicchia, dalle folle oceaniche che lo ascoltavano nei 70’s.
L’apertura affidata a ‘The english eccentric’, con le tastiere che sembrano suonate da Wakeman. Velocissima, tecnica all’inverosimile, ti toglie il fiato.
E poi rallentata, da permettere a Filkins di farsi largo con la voce. Dave Meros al basso dev’essere un fan di Geddy Lee.

https://youtu.be/_lOCboGfJE8
Il finale di chitarra elettrica affidato al grande Gary Chandler (Jadis), è un’altra pennellata di bellezza in un brano perfetto.
Il tempo di autocompiacersi dell’acquisto del disco e parte il secondo brano, ‘Prisoner of conscience Part 1: The soldier’:

https://youtu.be/gCIMLShkcjw
bombardamenti a tappeto, poi flauto, sitar, percussioni ed emozioni che rubano il respiro, come ai vecchi tempi. Avvertenze per l’uso: il refrain, ripreso più volte nel corso dei 19 minuti del brano, ruoterà nella testa per intere settimane.
Dal 4° minuto in poi siamo dalle parti del Prog più ispirato, quello ha reso la tua vita migliore. Brividi.
Poi la furia degli intrecci elettrica/tastiere, come ai tempi di ‘The gates of delirium’, per prepararti di nuovo al cantato di Filkins (all’epoca Jon Anderson), che ti lucida gli occhi. Siamo ben oltre l’amore.

‘Prisoner of conscience Part 2: The ordinary man’ è un ottimo brano, grazie agli eccellenti tre minuti iniziali.
Segue ‘Epitaph for a mariner’, che se questo non è Rick Wakeman dev’essere il fratello gemello.
Altra suite, 20 minuti intensi, mai troppi per chi è cresciuto a pane e ‘Close to the edge’.
https://youtu.be/mzHd1MPyPDE
Certo, dopo aver ascoltato i primi due brani tutto sembra relativo, ma anche qui la vena compositiva e l’abilità tecnica rendono tutto più bello.
Sempre gli Yes dietro l’angolo, rimodernati come il New Prog sa fare; lunghe cavalcate strumentali (ottimo John Sammers alle tastiere ) sfociano a metà canzone dentro gli anni ’70, con accordi di chitarra che citano chiaramente ‘Onward’ degli Yes che, evidentemente, Sean Filkins (come il sottoscritto) ha eletto come migliore Band della Storia
. La t-shirt parla chiaro:

Nel finale, spruzzate di Rush, ma nulla di derivativo, solo un grande album di un artista che sembra dire “Questo è ciò che avrei potuto dare, se me ne aveste dato la possibilità. E ora andate tutti a fare in culo, è troppo tardi.”
Chiude il disco ‘Learn how to learn’, sette minuti di poesia. Perchè il Progressive è cuore e nervi, epidermide e sudore. E’ la Musica, la più bella che sia mai stata creata.
https://youtu.be/p9LryX4OD4E

P.S. Il Cd, ormai fuori catalogo, viene venduto dai collezionisti a 1400 euro: significherà qualcosa?



Martha & The Muffins

Non sono un amante della New Wave.
Certo, per uscire di corsa dall’immondizia del punk l’industria discografica doveva inventarsi qualcosa, e trovato un pugno di apprendisti musicanti che conoscevano a malapena il giro di Do li gettarono nella mischia.
Qualcuno ascoltabile, molti dissonanti nella loro insipienza, altri bravi.
I canadesi Martha & The Muffins (bravi) verranno ricordati per ‘Echo beach’ (1980), il singolo di successo contenuto nell’album d’esordio, ma è nel 1981 che scrivono l’album più bello

‘This is the ice age’ è, a parere di chi scrive, il disco migliore di tutto il movimento New Wave (non a caso prodotto da Daniel Lanois).
Con l’introduttiva ‘Swimming’ mettono le carte in tavola, ma è con ‘Women around the world at work’ che sorprendono: un singolo che, a distanza di 40 anni, conserva ancora tutta la sua freschezza:

https://youtu.be/-7avJBkLGWg
Bellissima. Gli osannatissimi Talking Heads di Byrne un singolo così non lo hanno mai scritto.
E poi la magia di ‘Jets seem slower in London’s skies’,
https://youtu.be/nwxKvRijHCw
che sembra uscire da un disco di Progressive Rock. Puro incanto.
Aprono il Lato b con ‘This is the ice age’, potenziale manifesto di tutto il Movimento Wave. Godibile.

https://youtu.be/OutoLOvtAzQ
‘One day in Paris’ è un altro gioiellino che il pianoforte di Mark Gane fa brillare
https://youtu.be/UebLOlzSJtE
prima del finale, lasciato alla magia di ‘Three hundred years/Chemistry’, prima notturna, poi esplosiva nella sua evoluzione finale. Straordinaria:
https://youtu.be/Da0yjXIIofA
Disco da possedere, assolutamente.
Voto 8,5/10



Andreas Vollenweider

Andreas Vollenweider da Zurigo è stato il più famoso arpista di musica moderna che io abbia conosciuto. Nel Rock, già in precedenza, Jon Anderson degli Yes aveva inserito assoli di arpa in ‘Awaken’ (1977), o nel suo album solista ‘Olias of sunhillow’ (1976), ma è lo svizzero che ne farà lo strumento principale di tutti i suoi dischi. Fusion che non ha origine nel funky, nel jazz, nel blues, ma piuttosto nella musica classica. Considerato New Age, ma solo da chi ha un approccio disattento alla Musica, per chi il pentagramma rappresenta un sottofondo senza alcuna importanza.
Nel 1981, al suo secondo tentativo, pubblica ‘Behind the gardens – Behind the wall – Under the tree’, ed è già uno spettacolo

E’ una musica che ti accarezza, le corde scivolano via come pentagrammi verticali in cerca di favole da raccontare, sin dalla title-track, ora rassicurante, ora ritmata da farti rimbalzare dalla sedia.
https://youtu.be/RNHJdHkBLS8
Dopo anni di oscurantismo musicale ad opera del punk, la forma musicale (e qui potrebbe starci benissimo una pernacchia) più schifosa e becera mai apparsa sulla Terra, tanta solare creatività sembra uscita da Marte, inaspettata e rivitalizzante.
E poi ‘Pyramid – In the wood – In the bright light’, plaid sul prato, gli occhi al cielo
https://youtu.be/_FTnF_Q9dO0
e ‘Sunday’ un Capolavoro di due minuti, l’apice creativo. A bocca aperta, immensa, tutto il resto sembrerà meno importante
https://youtu.be/BmQTS0yjU9w
ma ‘Hands and clouds’ appare dopo la pioggia di ‘Afternoon’ a rasserenare l’ambiente, in un nuovo incrocio di note apparse dal nulla, sussurrate.
Mezz’ora è volata. E allora metto sul piatto ‘Caverna magica (Under the tree…in the cave…)’, album del 1983, e il discorso prosegue, anche se la bellezza non sorprende più. ‘Caverna magica’ dà il benvenuto, ma è ‘Mandragora’ che ruba l’orecchio, prima semicantata, poi ricamata splendidamente dall’arpa

https://youtu.be/ySnkDKXSA4c
E’ Musica, finalmente Musica, che spazza via tutto, depurativa, e Dio solo sa quanta merda di punk c’era da spalare, in quegli anni.
Poi, l’eleganza di ‘Belladonna’, con le sue cadenze sudamericane: un connubio di stili che non potrebbero coesistere, eppure…

https://youtu.be/i4Cln-HNkgc
e ‘Geastrum coronatum’ che infila l’ultimo tassello, altro gioiello
https://youtu.be/mtZVJK8uk-s
Nel 1984 esce ‘White winds’, e forse un solo anno per scrivere nuovo materiale è poco anche per un grande artista come Vollenweider.
Per fortuna, nel 1986 esce ‘Down to the moon’, e rimette le cose a posto
:
‘Steam forest’ è la nuova sorpresa, di un’eleganza da leccarsi l’amplificatore
https://youtu.be/rhWAEW172Xo
mentre in ‘Silver wheel’ c’è tutta la gioia dei tuoi momenti felici.
https://youtu.be/j1CwY2XgLJQ
immenso Andreas.
Basterebbe così, ma decide di regalarti la parte più bella dell’album, di dividerti il petto con ‘Drown in pale light’ e ucciderti definitivamente con il Capolavoro ‘The secret, the candle, and love’, da ascoltare entrambe in rapida successione, per comprendere meglio lo spessore di questo Artista:

https://youtu.be/SvErT3qMxOo
https://youtu.be/1cR_313C4RQ
E’ il Paradiso musicale, di un genio col cuore grande quanto il Colosseo.
Pazzesco Vollenweider.
Devi spegnere lo stereo, non puoi ascoltare altro.

‘Dancing with the lion’ (1989) non è un grande album, anche se il brano che dà il titolo all’opera merita la citazione.
Nel 1991, quando pensi che l’Artista abbia già dato tutto il possibile, viene alla luce ‘Book of roses’, e siamo di nuovo dalle parti dell’estasi.

In questo concept-album Vollenweider si reinventa, esplorando tutto ciò che non aveva visitato nelle opere precedenti e migliorando, se possibile, le soluzioni degli altri dischi.
A cominciare da ‘Morning at Boma Park’, in un trionfo di ritmi alternati. Pianoforte, flauto, batteria, l’immancabile arpa, tastiere, chitarre distorte in un gioco di luci stupefacente

https://youtu.be/Ondl3iDr0RU
‘Book of roses’, altro spartito di inestimabile valore.
https://youtu.be/RUBVcwkfFP0
…e poi ‘In Doga gamee’, introduzione al Grand Piano, per un brano che di strepitoso ha tutto. Che prima ti rapisce, e poi ti invita alla danza.
In stile Patrick O’ Hearn dei tempi migliori.
Volume al massimo, please

https://youtu.be/79RtTdZz5N0
Sublime.
Il coro di ‘Passage to promise’, che sfocia nell’arpa del Maestro, è altra creazione pazzesca, così come ‘Chanson de l’heure bleue’, la poesia.
https://youtu.be/du7Bgmk_GeQ
https://youtu.be/G30nUBKNWMk

Poi ‘Hirzel’, il nuovo Capolavoro, che ad ogni ascolto sa rendersi migliore. Tutta la sensibilità di cui l’Uomo è capace.
https://youtu.be/P0OG6K6bbpA
Potrebbe chiuderla qui, c’è già abbastanza materiale che altre band userebbero per pubblicare quattro dischi, ma non gli basta ancora: inanella ‘Jours d’amour’ e ‘Letter to a young rose’, che chiudono il disco più bello e completo della carriera di questo straordinario compositore.
La prima, un arpeggio di chitarra acustica che ricama un cantato ispiratissimo
https://youtu.be/E2lpAEeeGZ0
La seconda, un lento preludio di arpa e chitarra classica che ti portano alla felicità finale. Di possederlo, un disco così.
https://youtu.be/K4rb5x9u6_A
Purtroppo, negli anni seguenti Vollenweider non riuscirà a raggiungere più questi livelli, pubblicando comunque brani di indubbio valore e rara bellezza, ad esempio ‘Stella’ – che un orecchio attento non avrà difficoltà ad associare al brano di una band italiana pubblicato, guarda caso, nello stesso anno – tratto dall’ottimo ‘Cosmopoly’ (1999):
https://youtu.be/wiZ1EFwENW4
Stesso ritornello…
‘Helle Chelle’, altra divertente intuizione:

https://youtu.be/HKfzG8rhBs8
‘Hey You, Yes… You! (At the Gate of Sound)’ del 2003:
https://youtu.be/hUK0TOUzPhg
Dal 2009 non incide più album a suo nome, ma basta il suo passato per illuminare ogni ascolto futuro.
Sono io, stavolta, a dedicarti un tuo brano. A risentirci, Maestro.

https://youtu.be/b76Z5due5Go

(il) Baricentro

Questo è l’album più bello scritto da una Band italiana, insieme a Prime impressioni della Premiata Forneria Marconi.
Ci si trova dalle parti di classica/jazz/fusion miste ad originali contaminazioni mediterranee. Baresi, esordiscono con ‘Sconcerto’ nel 1976, ma è due anni più tardi che mettono a segno il loro colpo migliore, dando alle stampe questa meraviglia. A volte descrivere la Musica migliore serve solo a rovinarla.
Come sempre poltrona, cuffia, oppure altoparlanti al massimo volume, in salone: cominciano 30 minuti spettacolari.
1) Karwan

apre le danze. Solare come il Prog sa essere , se vuole.
https://youtu.be/P33PmD1uNJw
2) Trusciànt
espone al pubblico tutti gli ingredienti di cui la Band dispone. Sembra una lezione di composizione, tecnica ed esecuzione.
https://youtu.be/ywLvWpOkAOc
3) Falò
è semplicemente stratosferica
:
https://youtu.be/eD_VkTWTnXs
4) Akua
https://youtu.be/QMziMBJiqD8
Diamante, sconsigliata a i deboli di cuore, chiude il primo lato più bello mai scritto in Italia.
5) Font’amara è il brano centrale del secondo lato, altro gioiello creato dai fratelli
Boccuzzi. Intarsio di Prog, Modern Classical, su una vetta che nessun’altra Band italiana raggiungerà più.

https://youtu.be/FRK4p4o9qSU
Voto: 9/10

Primo Maggio

Veleni di Maggio, le cose che detesto, le prime che mi vengono in mente e che mi attorcigliano lo stomaco:
– le oche starnazzanti dei live di Ligabue, che rendono ogni canzone una filastrocca da Zecchino d’oro. Replicano anche i sussurri dell’artista emiliano.
Conati di vocali, dolci ululati da far accapponare la membrana dei coglioni.
Se non lo considerassi artista vero, grazie al suo indubbio talento, comprerei tutti i suoi dischi dal vivo per bruciarli;
– il Covid 19 ha avuto un merito: far cancellare il concerto del 1° Maggio, l’assembramento di cantanti (perlopiù sconosciuti) privi di talento. E’ il Festival di Sanremo della sinistra, dove i Ricchi e Poveri e Al Bano e la Power farebbero la loro porca figura. D’altronde, se ci possono suonare quelli con le tessere di partito giuste (son quelli che campeggiano ogni anno sulle vetrine delle librerie Feltrinelli, tanto per essere chiari e non beccare querele), con la divisa cubana che fa tanto intellettuale, anche se son figli di papà raccomandati, che hanno speso trent’anni della loro vita per imparare tre-accordi-tre, ci può suonare chiunque. Anche un sordomuto armato di solo tamburello.

Ricordo l’edizione di una decina di anni fa dove fecero salire sul palco l’immensa Premiata Forneria Marconi solo a mezzanotte, ai titoli di coda: una vergogna nazionale;
– sempre più spesso mi succede di guardare film italiani dove si fa riferimento alla Roma e al Punk, mitizzandoli. Praticamente, l’esaltazione del nulla; due passaggi a vuoto della materia cerebrale elevati a simbolo.
In ogni film di Bruno, di Max Tortora, di Brizzi, di Giallini, e di chissà quanti altri, la roma e il punk (e insulti alla Lazio, perchè il 26 maggio li ha cancellati dal calcio): la Catis ringrazia con devozione;
– i film italiani non si sentono. Se lo mettano in testa, una volta per tutte: i dialoghi in presa diretta sono inascoltabili, si fa fatica a decifrarli. Già bisogna sopportare colonne sonore incolori, che non suscitano emozioni, al solo fine di risparmiare. Poi, sempre per risparmiare, non si effettuano i doppiaggi. Se ci si aggiunge che gli autori lasciano a desiderare, si ha il quadro definitivo della stato del cinema italiano. Non sarebbe male produrre un limitato numero di film, ma di qualità migliore, fregandosene di chi nel cinema ci lavora, delle ‘maestranze’ e altre cagate di questo tipo: non è obbligatorio fare cinema, ci si può tranquillamente alzare alle 5 del mattino e andare a lavorare.
Erano solo un pò di veleni arretrati, qualcuno doveva vomitarli.





100 ricordi di Me

La rivoluzione di un tuo abbraccio
un tuffo in piscina le tue labbra
il profumo della tua pelle nel cappuccino,
ti guardo senza pensare più
al tempo alle persone alle distanze
alle terzine in cerca di rima.
Inclino la testa fingendo di riflettere
e fletto all’indietro simulando un dolore
che è solo voglia del tuo corpo
che non è mio
che lo sarà la prossima notte
quando sarai distante.

(Mass)